Se la tragedia greca diventa nostra

07 febbraio 2012

Mentre noi, occhi e cervello incl., siamo ancora nella Morsa del Gelo, la Grecia è sull’orlo del fallimento. Un team di luminari scrolla da tempo la testa sulla cura, ma il medico autorizzato è contrarissimo all’abuso di antibiotici, tanto in voga in terra yankee. Ama la medicina naturale, quella all’antica: salassi e sanguisughe. Tagli di altri 150.000 posti, tredicesima e quattordicesima, abbassamento dei salari minimi sotto i 750 euro. Fatto questo e altro, il Pil potrebbe crescere del’1%. Oh perbacco!
Se fin qui non c’è stato nessuno che abbia potuto fermare questa follia, non ci sarà nessuno anche adesso. Tutti quelli che dovevano pararsi in grande stile, sono pronti per il default disordinato (disordinati persino nella bancarotta, quei cialtroni): tranne i greci che, dal basso della loro soggettività di coinvolti-in-prima-persona, non sanno ancora dirti se fa più male il lento dissanguamento o il crack definitivo. Lo scopriranno solo vivendo, chi più chi meno. Anche noi scopriremo in che misura la tragedia greca sarà la nostra: se, tanto per cominciare, i suoi effetti sulle borse avranno il potere di azzerare le virtù riconosciute al governo Monti, virtù di cui, grazie ai nostri apprezzatissimi sacrifici, possiamo fregiarci di essere i veri protagonisti! Nell’attesa di capire di che morte morire o di che vita vivacchiare, noi che si fa? Si soffre. E come si soffre? In silenzio! Così insegnavano a quei tempi attenti al decoro che non ci dispiaceva fossero tornati. Del resto, se le orecchie che dovrebbero ascoltare sono lontane e per giunta chiuse («non c’è peggior sordo» ecc.), sembra non fare differenza se si urla, come in piazza Syntagma sotto la pioggia torrenziale, o si continua a stare zitti, sperando che passi la prossima botta, o non sia proprio quella definitiva.

   
 
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