We are all greeks era lo slogan con cui sabato ci si è trovati a Parigi, Francoforte, Barcellona, Londra e tantissime cittĂ europee, nonchĂ©, grazie all’appello di Occupy, persino negli Usa. L’aspetto piĂą significativo sta nell’idea che sia piĂą importante essere ovunque che essere in tanti, per volontĂ di assumersi in prima persona quel che sta accadendo in un altrove non piĂą “altro”. L’Italia, invece, brillava per quasi assenza, cosa che non sembra dovuta alla mancanza di sentimenti solidali, quanto alla prevalenza del terrore che potremmo essere noi i prossimi greci. Una volta registrate le somiglianze tra i due Paesi – evasione, corruzione, clientelismo, politica incapace – lo specchio diventa ancor piĂą spaventoso. I greci sono corresponsabili di quanto sta accadendo? ci chiediamo e la domanda ci si ritorce contro.
Ma basta un minimo di buon senso o anche di buon cuore per dirsi che di fronte alla riduzione in povertà di oltre un terzo dei cittadini, la presunzione di una colpa collettiva sfiora l’identificazione con l’aggressore.
Può darsi che i 150.000 pubblici impiegati di cui la trojka chiede il licenziamento siano in gran parte stati assunti con i criteri che conosciamo, ma oggi diverrebbero 150.000 disoccupati in più in un paese senza futuro. Un finlandese o un trentino faticano a capire che un cretese o un siciliano sarebbero ben lieti di vivere e lavorare come lui, ma non hanno quasi conosciuto alternative (se non peggiori) allo Stato dispensatore di favori.
Lo svuotamento della democrazia è cominciato prima che l’austerità arrivasse a spolparne l’osso, rendendo vittima anche chi ne è stato complice di bassa lega. L’antica parola ellenica indicava diritti e doveri inalienabili, non disponibili al baratto o al ricatto di nessun potere. Cominciamo a prenderla sul serio.